Materico

Il Corpo a Corpo con l’Invisibile

La Tela come Arena

Per me l’arte non è mai stata una questione di estetica, ma di sopravvivenza. Fin dai primi studi, ho provato un rifiuto istintivo per il “leccato”, per quella perfezione liscia e silenziosa che nasconde la verità dietro un velo di compiacimento. La mia anima cercava l’urto. Seguendo l’intuizione di Harold Rosenberg, ho trasformato la tela in un’arena: uno spazio fisico dove non vado a rappresentare un mondo, ma a combattere una battaglia.

La Miccia e il Magma

Tutto ha inizio con la scelta della materia. Non cerco supporti inerti, ma sostanze vive. Gesso, sabbia, stratificazioni scabrose: sono loro a contenere l’energia dinamica che cerco. Inserire il materiale sullo sfondo è il gesto che “accende la miccia”. È un atto di scoperta strutturale dove il mio vigore psicologico si scontra con la resistenza delle superfici.

In questo processo, il colore non decora, ma scava. I contrasti tonali sono le grida che danno voce alle asperità, trasformando la superficie in un “magma caotico” (come definito dal Prof. Bartalotta) da cui tutto sembra voler fuggire.

L’Apoteosi del Cercare

La mia “pittoscultura” è un divenire di emozioni e tradimenti. Parto con una visione, ma accetto la sfida della materia che si ribella. Il risultato finale è quasi sempre un’incognita: è l’apoteosi del mio cercare. Le mie figure non sono disegnate; emergono dalle macerie, si sollevano dalla superficie per cercare una via di fuga, una dinamicità che rompa la prigione della bidimensionalità.

Senza attrito non c’è fuoco. La mia poetica è questa: la registrazione fisica di un gesto di libertà, il segno di una lotta che non accetta la staticità. È la materia che si fa carne, urlo e speranza.

Finalmente ero andato oltre il liscio, il "leccato", tutto era diventato molto più dinamico e avevo trovato la "forza" dei tratti ruvidi e scabrosi.